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Carlo Vichi è un imprenditore tenace con un sogno nella testa. A 90 anni il fondatore della Mivar, l’unica azienda italiana costruttrice di televisori vuole ripartire. Il suo grande desiderio è quello di dire ricominciamo, a chi aveva detto, con la morte nel cuore, è finita, dobbiamo chiudere. La fabbrica, un tempo, contava novecento lavoratori e sfornava 5.460 televisori al giorno, un milione all’anno. Poi la concorrenza spietata dei colossi giapponesi e coreani hanno costretto Vichi ad alzare bandiera bianca.  La produzione si è fermata due mesi fa. Quell’azienda che ha costruito televisori a valvole, poi a transistor ed infine a led si è dovuta inchinare alle leggi di un mercato crudele e senza dignità.

Personalmente sono affezionato a questo David dell’elettronica. I miei ricordi televisivi più nitidi sono a colori e quelle immagini erano proiettate da un apparecchio Mivar, che recava una piccola bandiera italiana vicino al tasto di accensione. Vichi, da buon imprenditore, aveva investito i ricavi in un’altra fabbrica. Vicino alla casa madre, dieci anni fa, è stato costruito un capannone di due piani, 120 mila metri quadri totali, con parcheggi, una grande mensa e un presidio medico. Ci possono lavorare in 1.200.

In quel luogo, pensato per far lavorare tanti dipendenti, la produzione non  è mai iniziata. Ora è talmente vuoto, solo qualche mobile qua e là, da far sentire a disagio chi vi entra. Vichi non si rassegna alla sconfitta e crede nel futuro. L’imprenditore che viene dal passato vuole ricominciare a vedere all’opera molte persone  e lancia un’ idea: “Se una società di provata serietà accetta di fare televisori in Italia, io gli offro la mia nuova fabbrica, pronta e mai usata, gratis. Non voglio un centesimo. Ma chiedo che assuma mille e duecento italiani, abbiatensi, milanesi. Questo chiedo. Veder sorridere di nuovo la mia gente“.