Novak Djokovic: Uno di Noi

In linea d’aria, disto due chilometri dall’ospedale di Treviglio, città situata in provincia di Bergamo e confinante con il mio paese di residenza. Questo ospedale – quasi due anni fa, in piena emergenza covid-19 – ricevette la donazione di un milione di euro da parte di Novak Djokovic. Quella donazione non fu da lui pubblicizzata sui suoi canali, ma venne resa pubblica dall’Ente che beneficiò di quella somma. In quell’ospedale lavora un parente (un Primario) del suo Manager, Edoardo Artaldi, bergamasco.

Siccome molti smemorati (anche qui in Bergamo) dimenticano che Djokovic ha ben presente cosa sia stata la prima ondata covid-19, ritengo doveroso ricordare (è tutta una questione di memoria, a cui si legano la nostalgia del passato e l’evoluzione del futuro) che una persona d’intelligenza critica e di particolare sensibilità e quindi predisposta a dare un senso alla propria esistenza (c’è ancora chi lo fa: Djokovic è uno di questi) può ammettere che il covid 19 sia stato un problema (soprattutto per anziani già gravemente malati, che rappresentano la stragrande maggioranza dei defunti di o con covid-19), ma al tempo stesso rifiutarne la narrazione globale gestita dai media (per conto di particolari poteri economici e finanziari) che ne è seguita, in termini – ad esempio – di quell’ossessivo bombardamento mediatico che presenta il vaxxxno come UNICA soluzione al problema, dimenticando che i ceppi virali influenzali da milioni d’anni mutano ogni tre mesi e saranno sempre con noi fino alla fine dei nostri giorni.

Novak Djokovic ha più volte espresso l’opinione che – per l’uomo – il più importante vaxxxno è il nostro sistema immunitario e che sono soprattutto le abitudini alimentari e gli stili di vita a determinarne l’efficienza. Novak Djokovic non è certo contro la medicina allopatica (quella ufficiale), ma sa distinguere tra un vaxxxno sperimentato e ultratestato e un siero genico sperimentale e dalle ignote ripercussioni future. Lo sa. Novak Djokovic si è sempre occupato di salute, dieta e benessere spirituale e psico-fisico, inquadrandoli in una visione olistica della Vita. Già questo lo aveva messo in cattiva luce nello stesso ambiente da lui frequentato e dal sistema dominante in genere. È sempre stato sopportato perché a uno come lui (per meriti professionali) non era conveniente – negli interessi dello stesso circuito – mettergli i bastoni tra le ruote. Questo status d’intoccabile – però – a Djokovic comincia a venir meno per due motivi. Il primo è che la sua carriera sta volgendo al termine. Il circuito dei tennisti professionisti (e i miliardi di euro che annualmente produce) è in un momento di transizione e di ricambio generazionale. I Djokovic, il Maestro Federer, il guerriero Nadal, il baronetto Murray e l’onnidegente Wawrinka sono, chi più, chi meno, ormai ai titoli di coda di una generazione che ha illuminato d’immenso i campi da tennis per tutti questi primi vent’anni del ventunesimo secolo. Il secondo è che la tematica contrastata da Djokovic è troppo blindata dal politicamente corretto, anche se l’avesse denunciata quindici anni fa. All’Epoca, però, Bill Gates non aveva ancora proferito parola sulla pericolosità primaria delle pandemie (lo avrebbe fatto nel 2014). I virus e gli antivirus di cui parlava Bill Gates all’epoca erano ancora confinati come prove tecniche di trasmissione (ideologica) al mondo dei Personal Computer. E noi sappiamo che il politicamente corretto è in perenne simbiosi con l’economicamente e finanziariamente indiscutibile.

La tematica su cui Djokovic ha infastidito il sistema è arcinota. A fronte di un virus influenzale particolarmente letale soprattutto su una fascia di popolazione già fragile, gravemente malata di cancro e malattie cardiovascolari e comunque vicina al trapasso (la media d’età dei decessi con covid in Italia è di 81 anni, molto simile alla media dei decessi planetaria), anziché adottare una politica di protezione della fascia sopracitata, rinforzare capillarmente le cure domiciliari, rinforzare la medicina di base ridotta ai minimi termini negli ultimi decenni, coltivare pratiche spirituali tese all’armonia spirito-corpo, praticare sport e attività motorie, promuovere diete e abitudini alimentari preventive per rinforzare il sistema immunitario e riaprire (almeno in parte) quella vergognosa quantità di ospedali chiusi nei primi decenni di questo secolo per “razionalizzare la spesa pubblica” (solo in Italia – dal 2005 al 2020 – ne sono stati chiusi 173), la politica globale della gestione del covid-19, senza aver chiesto nemmeno scusa per avere affrontato la prima ondata con protocolli sanitari altamente discutibili (ventilazione polmonare in ospedale, tachipirina e vigile attesa a casa), si è INVECE focalizzata sulla vaccinazione globale sistematica, reiterata e ossessiva tramite sieri genici (impropriamente definiti vaxxxni) non sperimentati a dovere e nel giusto lasso di tempo e dalle dubbie ripercussioni sul futuro delle cavie che hanno nella gran parte (liberamente!?!) accettato l’inoculazione in cambio del permesso a entrare nei ristoranti, accedere ai luoghi di lavoro o salire su un autobus (diritti GIÀ acquisiti e ora diventati provvisori e precari, soprattutto in Italia). Tutto questo aggiungendoci decreti liberticidi (non solo in Italia, ma soprattutto in Italia), discriminazioni anticostituzionali e istigazione alla guerra civile.

Novak Djokovic ha rifiutato questa metodologia liberticida e falsamente interessata a salvaguardare la salute dei popoli. Ha detto no per una questione di principio. È da ben prima che iniziasse questa vicenda pandemica che Novak Djokovic è interessato al discorso della salute globale della persona e della specie. È risaputa la sua venerazione per la visione olistica della Vita e la sua concezione spirituale, ove il TUTTO è in armonia con il particolare e ove ogni nostra azione – anche la più banale – ha un riverbero sull’Armonia generale dell’Universo. Da qui ne sono discese il suo veganesimo come dieta alimentare, oggettivamente in contrasto con gl’interessi delle multinazionali agroalimentari che ancora fondano gran parte del loro profitto sul consumo di massa delle carni oggi e degli insetti domani; oppure l’approfondimento degli studi sull’acqua, da non cogliere con i paradigmi della scienza ufficiale (ove la materia impone le leggi al pensiero), ma con quelli della scienza più sottile ove l’energia e il pensiero interagiscono con la materia stessa. E sulla tematica dell’acqua, Djokovic è un grande allievo di Masaru Emoto; forse il suo allievo più originale. In un’intervista televisiva di circa due anni fa, il tennista serbo – rendendo all’acqua quella dimensione totale da un punto di vista energetico e spirituale che la scienza ufficiale misconosce – recitava “…se hai pensieri ed emozioni specifiche, nel caso siano pensieri felici, buoni pensieri, questi creano una struttura molecolare che ha un geoprisma basato sulla geometria sacra, il che significa che c’è equilibrio. Al contrario, quando si dà all’acqua dolore, paura, frustrazione o rabbia, quell’acqua si rompe…”.

Per Novak Djokovic, la Vita è dunque una ricerca dell’armonia sacra con sé stesso, con gli altri e con l’universo, ove l’acqua è l’elemento simbolico cardine. Una ricerca ove certo emergono limiti, difetti e umane fragilità. Ma dove l’imperativo è il dovere della ricerca. Vi è dunque una ricerca costante e tutt’altro che scontata e banale, in Djokovic, dell’equilibrio del sé con l’universo in cui vive. Anche con Madre Terra.

Un’altra sensibilità particolare, Novak la riserva all’empatia spirituale con la natura e con gli esseri viventi in essa dimoranti. I suoi bagni nel bosco e il legame con un fico dell’orto botanico di Melbourne (guarda caso) sono conosciuti al mondo intero. In questa fusione spirituale (che sta alla base di una VERA ECOLOGIA, non certo di quella pagliacciata di sistema di cui è paladina quel burattino falso-ambientalista di nome Greta Thunberg) rientra la già citata visione olistica della Vita a cui Djokovic dedica la propria. Il fuoriclasse serbo è perfettamente cosciente che la sua attività professionale è DENTRO questo sistema capitalista globale. E lo fa da Numero Uno e con guadagni considerevoli. Ma non ci sta DENTRO passivamente e nell’adesione ai suoi disvalori. Se vuole giocare a Tennis (e vincere alcune partite), deve per forza far parte di questo circuito e di questo sistema. Djokovic, però, rivendica una sua indipendenza di pensiero e azione e un’autonomia che ne salvaguardi la dignità. Pure nel suo circuito si è distinto per battersi in nome di interessi che non fossero solo i suoi o quelli dei primi cento giocatori del mondo. Ha creato la PTPA, un’associazione di giocatori nel cui Statuto è prevista una mutualità a favore dei tennisti professionisti meno forti e che rischiano di guadagnare zero dollari (le spese del tennis professionista sono elevate) nell’arco di un anno.

Anche a prescindere dal covid-19 e dai vaxxxni, Djokovic ha già dato fastidio in altre occasioni ad altri potentati capitalistici. In una di queste, protagonista era (ed è..) una multinazionale anglo-australiana (avete letto bene: australiana), un colosso delle estrazioni minerarie, la Rio Tinto. Questa multinazionale avrebbe dovuto iniziare in Serbia lo sfruttamento di enormi aree per prelevare il litio, minerale indispensabile per strumenti digitali. Un’estrazione altamente inquinante contro la quale l’opinione pubblica serba ha bloccato i lavori grazie anche all’esposizione in prima persona di Novak Djokovic. In Serbia, Djokovic – dal Popolo – non è considerato soltanto un tennista. È amato dal popolo serbo perché lo considerano uno di loro, anche se fortunato e ricco. L’impedimento di creare miniere di estrazione del litio in terra serba è uno dei motivi (insieme a quella del vaxxino) per il quale la polizia frontaliera di Melbourne lo stava aspettando con impazienza. Lo stava aspettando per fargliela pagare. Il legalismo a cui fa appello il sistema per convincere la quasi totalità del pianeta a dar torto a Djokovic è la foglia di fico con la quale il serbo è trattato come un malfattore della peggiore specie. Loro dicono che ha mentito nel compilare il modulo. Ha infranto una legge codificata. Tecnicamente vero. Come se le Leggi codificate – non tutte – in buona parte non fossero comunque la legalizzazione di crimini e discriminazioni. Qui in Italia i decreti-Draghi potrebbero insegnare qualcosa a riguardo. E le leggi australiane ne sono la fotocopia.

La vicenda di Djokovic di gennaio 2022 è molto simile a quello di un’altra grande stella dello sport. Era il giugno 1994 quando Diego Maradona fu fermato durante i mondiali statunitensi (per uno spray nasale anticongestionante in cui era presente l’efedrina). Negli USA non era per nulla amato dalle elite che dominano quel Paese, per via del sostegno che El Pibe de Oro manifestamente riservava a molte nazioni canaglia (canaglia agli occhi degli USA) e per la sua lotta all’imperialismo capitalista americano. Le traiettorie dei due – Djokovic e Maradona – presentano molti aspetti in comune. I due – tra l’altro – erano amici. Certo, sono Uniti ma Diversi. Maradona era il Dio espresso nell’Arte (nel tennis, il suo corrispondente è Roger Federer). Djokovic è invece il meditativo Sacerdote che si esprime nel lavoro, quello libero, anche creativo ma soprattutto responsabile.

Novak è lontanissimo da droghe, alcool e tabacco. È un integralista della Salute. Per concludere, vi do una notizia. Novak Djokovic scoppia di salute. Novak Djokovic è l’emblema della salute. Novak Djokovic è la salute. Fisica, psichica e spirituale. Se gli otto miliardi di esseri umani avessero la Salute di Novak Djokovic saremmo in Paradiso. Dico questo perché la motivazione di quell’idiota di Morrison (tale premier australiano) nel giustificare l’espulsione di Djokovic è che il serbo rappresentava “un rischio sanitario”. È stato faticosissimo anche solo scriverla – per riportarla – una scemenza del genere. Leggere nel referto dell’Espulsione dal suolo australiano che “…Novak Djokovic è un rischio sanitario: va espulso dall’Australia…” è accertare che l’umanità attuale – vista in questo caso in controluce alle disposizioni delle autorità australiane – è giunto al punto più basso e vergognoso della sua stupidità, della sua insipienza, del suo degrado morale, della sua disumanità. C’è un legame tra intelligenza e morale. C’è un legame tra sapienza ed etica. Se crollano i valori umani crolla anche la cognizione di essi. Dire che Djokovic è un rischio sanitario è una cosa talmente stupida, assurda e insensata quanto quella in cui accostassimo Rocco Siffredi all’impotenza, Federica Pellegrini all’annegamento o Caravaggio all’incapacità di dipingere. Un mondo alla rovescia. Ecco quello a cui stiamo arrivando, con gli alibi del legalismo, dell’andrà tutto bene, del tu sei un complottista, dell’io sono responsabile, del è impossibile che vogliano il nostro male e altre minchiate che sono stufo di elencare. Un mondo alla rovescia. Per nostra fortuna qualche Novak Djokovic qua e là – nel regno dei morti viventi – sopravvive e ci rincuora dicendoci che non tutto è ancora perduto.

GRAZIE NOLE!

Articolo di: Paolo Emilio Bogni